giovedì 19 maggio 2016
APPENDICE. Alcune note sul culto della Dea Madre in “Il Linguaggio della Dea: Mito e Culto della Dea Madre nell'Europa Neolitica” di Marija Gimbutas.
I simboli di rado sono astratti in senso stretto;
i loro legami con la natura sono profondi, e devono essere
svelati attraverso lo studio del contesto e delle loro
associazioni.
Marija Gimbutas
I simboli di rado sono astratti in senso stretto;
i loro legami con la natura sono profondi, e devono essere
svelati attraverso lo studio del contesto e delle loro
associazioni.
Marija Gimbutas Dispensatrice della vita, espressione della terra che si rinnova, simbolo dell'energia dell'universo, ma anche Signora della morte, che è l'altra faccia della vita: queste sono le connotazioni della Grande Dea. Il suo culto è stato dominante nell'Europa del Neolitico Antico, tra il 7000 e il 3500 a.C. Un'Europa abitata da popoli felici che risiedevano in villaggi, praticavano l'agricoltura, non conoscevano la guerra, vivevano in armonia con la natura grazie al fatto che le donne avevano un ruolo primario nell'organizzazione sociale e nella vita religiosa. Una vita serena che cessò verso il 4000 a.C quando cominciarono ad arrivare da Est orde di cavalieri armati che distrussero quella società matriarcale e la pace dei popoli della Grande Dea. Per verificare questa tesi, Marija Gimbutas, eminente studiosa e pioniera dell'archeomitologia (una disciplina che fonde archeologia, mitologia comparata e folklore) fa ricorso a un vastissimo repertorio di immagini, figurazioni dipinte o incise su pareti di roccia, nonché statuette di pietra, avorio e terracotta. Si tratta di 2000 manufatti dell'Antica Europa, ricchi di significati simbolici, nel rivelare la genesi autentica del patrimonio culturale dell'Occidente. Il mondo della Dea sottintende l'intero regno in cui essa si è manifestata. Quali furono le sue funzioni principali? Quali i rapporti tra essa e i suoi animali, le piante e il resto della natura? In diversi libri di storici della religione, di mitologi e psicologi, la Dea è stata descritta come la Grande Madre che dà la vita dal Suo Grembo a tutte le cose. È solitamente rappresentata con le fattezze delle "Veneri" del Paleolitico e delle statuette europee e anatoliche delNeolitico o dell'Età del Bronzo cretese. I siti più ricchi dove si sono mantenuti integri templi e affreschi, sono di massima importanza per ricreare queste divinità, le loro funzioni e i rituali associati. I rinvenimenti di çatal Hüyük, nell'Anatolia centrale, risalenti dal 6400 al 5600 a.C circa, vennero compiuti da James Mellaart negli anni '60. Gli stessi scavi da me eseguiti ad Achilleion, in Tessaglia, nel 1973-74, hanno portato alla luce alcuni dei più antichi templi europei dello stesso periodo. La scoperta delle aree sacre di sepoltura del Mesolitico e del Neolitico Antico a Lepenski Vir e Vlasac sul Danubio, nella Iugoslavia settentrionale, fornì preziose informazioni sui rituali funebri e sulle sculture delle divinità associate alla Rigenerazione. Una notevole sequenza di rinvenimenti in Bulgaria, Romania, Moldavia e nell'Ucraina Occidentale, dopo la seconda guerra mondiale, ha rivelato tesori di sculture e ceramiche dipinte, così come templi.Molti di questi risalgono dal VI al V millennio a.C.Nell'area mediterranea, oltre ai grandi templi e alle tombe di Malta, gli scavi in Sardegna hanno portato alla luce tombe sotterranee e rupestri. La maggior parte delle illustrazioni riprodotte nello studio della Gimbutas è databile dal 6500 al 3500 a.C nell'Europa sud-orientale e dal 4500 al 2500 a.C nell'Europa occidentale.Gli aspetti precipui della Dea del Neolitico – la Generatrice di Vita, rappresentata nella naturalisticaposizione del parto (a tal rimando, segnalo due collegamenti: il primo, con la Mitologia dell'America Centrale, che ha prodotto molte statuette di Dee "accovacciate" nell'atto di partorire; il secondo, a noi più vicino, e che mi è stato segnalato da Vanessa Dylan, è il dipinto - dal forte sapore "primitivo" - di Monica Sjöö, Pensatrice NeoPagana Femminista, "God Giving Birth", nel quale si vede una Dea Possente, dal volto bicromo, stilizzato, "Virile", con i seni eretti, partorire dalla vulva.Nota di Lunaria); la dispensatrice di fertilità, che influenza la crescita e la moltiplicazione, rappresentata incinta e nuda; la dispensatrice e protettrice di vita, o nutrimento, rappresentata come donna-uccello con seni e glutei prominenti; la reggitrice di morte, rappresentata come un nudo rigido ("osso") - possono essere tutti rintracciati nel periodo in cui comparvero le prime sculture di osso, avorio o pietra, attorno al 25.000 a.C, e i loro simboli - vulve, triangoli, seni, chevron, zig zag, meandri, coppelle - risalenti a un'epoca ancora più arcaica.Il tema centrale del simbolismo della Dea si dispiega nel mistero della nascita e della morte, e nel rinnovamento della vita, non solo umana, ma di tutta la terra, e dell'intero cosmo. Simboli e immagini si raggruppano attorno alla Dea partenogenetica (autogenerantesi) e alle sue fondamentali funzioni di Dispensatrice di Vita, Reggitrice di Morte e Rigeneratrice, e intorno alla Madre Terra, la giovane e vecchia Dea della Fertilità, che nasce e muore con la vita vegetale. Era l'unica fonte di vita che traeva l'energia dalle sorgenti, dal sole, dalla luna e dall'umida terra. In questo sistema di simboli si configura il tempo mitico, ciclico, non lineare. Nell'arte si manifesta con segni dinamici: spirali a vortici e ritorte, serpenti attorcigliati e sinuosi, cerchi, crescenti lunari, corna, semi germinati e germogli. Il serpente stesso era un simbolo di energia vitale e rigenerazione, un'entità benevola, non malefica.Le Dee ereditate dall'Europa antica come Atena, Era, Artemide, Ecate, Minerva, Diana, le irlandesi Morrigan e Brigit, le baltiche Laima e Ragana, la russa Baba Yaga, la basca Mari non sono "Veneri" dispensatrici di fertilità e prosperità: sono molto di più.
mercoledì 18 maggio 2016
LA “VENERE” DI WILLENDORF: PRIMI SPUNTI PER UN’ANALISI DELLA FUNZIONE DI GENERE .
The Venus of Willendorf, then, within her culture and period, rather than within ours, was clearly richly and elaborately clothed in inference and meaning. She wore the fabric of her culture. She was, in fact, a referential library and a multivalent,multipurpose symbol.
Alexander Marshack, “The Female Image”[1]
La figura femminile, intesa come rappresentazione del corpo della donna
esplicitamente connotato, accompagna la storia iconografica della nostra specie
umana sin dai più antichi documenti reperiti. Ci si è a lungo interrogati su
tale presenza, tuttora il dibattito è aperto, ma, se per le epoche storicamente
meglio conosciute, grazie alla varietà di materiali e di fonti documentarie in
nostro possesso, la questione viene normalmente fatta rientrare nel sistema di
interpretazione culturale di una società, per le cosiddette
"Veneri" paleolitiche il discorso resta alquanto complesso e troppo a
lungo, sfortunatamente, sottoposto a modelli costruiti per altre fasi storiche.
Il risultato è che ancora oggi è facile incappare in letture estremamente
semplificatrici ed estetizzanti, o, peggio, in descrizioni che continuano a
relegare queste produzioni in schemi privi di una problematicità, a
ridurli, nella sostanza, a mere rappresentazioni di organi femminili
raffigurati poiché massimo emblema della riproduzione e, quindi, della
conservazione del gruppo. Il rischio di una lettura primitiva e banalizzante di
una società di cui solo adesso si iniziano a delineare, invece, la complessa
struttura e le precise divisioni funzionali, è fortissimo, in special modo se
si resta all'interno di visioni rigide e poco attente alla ricerca
interdisciplinare.
Le statuette in argilla, osso e calcite che rientrano nel modello chiamato
delle "Veneri" costituiscono, attualmente, uno dei più interessanti
spunti di studio delle civiltà del Paleolitico europeo e balcanico, se si
considera che la loro presenza è attestata sin da 125.000 anni prima di Cristo
e prosegue fino all'età del Ferro, ossia almeno fino al XI secolo.
Tali "Veneri" sono state rinvenute in diverse località europee,
tra cui Brassempouy, Lespugue, Willendorf, Malta, Savignano e Balzi Rossi, ma
sono di fatto diffuse dall'Atlantico alla Siberia. Mentre la tradizione vuole
che esse appartengano alla facies aurignaziana, esse per lo più sono in
realtà gravettiane e solutreane.
Differenti sono le tipologie e differenti i contesti di ritrovamento. Alcune
di queste statuette, spesso di piccolissime dimensioni, si pensi alla Venere di
Willendorf che misura undici centimetri di altezza, sono state ritrovate
all'interno di sistemi completamente compromessi, altre vengono da ritrovamenti
occasionali e solo alcune sono il risultato di scavi scientifici che ne
permettono la collocazione precisa.
Gli studi più recenti[2], finalmente liberi dalle
desuete interpretazioni delle statuette come simboli della fertilità femminile tout-court, sono assai più attenti
all'analisi dettagliata di ogni singolo particolare decorativo e morfologico
presente su di esse, poiché è ormai opinione comune e accettata, nel mondo
degli studiosi, che nulla, nessun elemento vi è stato inserito casualmente, ma
che esso va studiato, interpretato e utilizzato per una lettura antropologica,
storica e culturale di queste produzioni
In tal senso proprio la cd. "Venere di Willendorf" è stata oggetto di
una accurata analisi iconografica, analisi che ha condotto a conclusioni , in
un certo senso, rivoluzionarie per la ricostruzione delle società paleolitiche
e delle loro organizzazione.
Un esempio su tutti è la nuova interpretazione che si attribuisce alla
decorazione su tutto il capo della Willendorf.
Sulla base di esami accurati e di raffronti con altre statuette dello stesso
tipo, steatopigico, senza connotazioni facciali ed in terracotta, di varia
provenienza, si è potuto stabilire che quelli che normalmente venivano
considerati capelli intrecciati a spirale che coprivano il volto della donna,
sono, invece, giunchi intrecciati che formano un vero e proprio copricapo
rituale, emblema dell'appartenenza della donna ad una determinata ed elevata
classe sociale all'interno della sua comunità, una comunità che riconosceva
alla donna stessa una funzione che
andava ben oltre quella della primaria funzione riproduttiva, comunque
sottolineata dagli attributi sessuali così evidenti.
Anche in questo ambito, gli studi hanno potuto rilevare un avanzamento
notevole, sottolineando come la Venere in questione assuma una precisa
posizione, anch'essa sociale e rituale al tempo stesso. Le braccia appoggiate
sui seni, normalmente lette come una esposizione degli attributi femminile, una
loro sottolineatura, vengono oggi interpretate nell’ottica di una posizione
tipica di un determinato ambito sociale, quasi un altro segno di appartenenza e
di distinzione, in definitiva un marchio che indica la posizione elevata
della donna nel gruppo.
Il quadro che gli studi stanno ricreando è ancora in fase di definizione, ma
pone alcuni elementi di sicurezza nella lettura della Venere e delle altre
statuette femminili di questo tipo. Le donne raffigurate in questo modo
vivevano in gruppi che di "primitivo" avevano ormai ben poco, gruppi
nei quali, molto verosimilmente, donne ed uomini, o meglio, alcuni gruppi
di donne ed uomini rivestivano ruoli e posizioni di riguardo, comunemente
riconosciute ed accettate.
Una società forse egualitaria, capace di fissare funzioni e di stabilirne il
valore, all'interno di tale sistema nasce la produzione di oggetti rituali
precisi come le “Veneri”, oggetti fatti da donne e destinati alle donne,
accurati, pieni di dettagli e di ornamenti femminili riprodotti con una
ricchezza di particolari che fa presupporre una diretta conoscenza delle
tecniche di realizzazione, una conoscenza che, a quanto sembra, era patrimonio
di singoli individui di sesso femminile che ne serbavano la memoria e ne
garantivano la preziosa e utile produzione. Come Turner[3] ,
in uno scritto ormai considerato indispensabile, edito nel 1980, ha sottolineato, "la superficie del
corpo diviene il limite di distinzione della società, il sé sociale e psico-biologico individuale,
diventa un modello simbolico sul cui palcoscenico il dramma della
socializzazione è definito e pronunciato. E gli ornamenti del corpo femminile
diventano il linguaggio attraverso il quale il corpo stesso e l’individuo donna
si esprimono".
[1] Marshack, A . 1991. The female image: A
“time-factored” symbol (A study in style and aspects of image use in the Upper
Palaeolithic). Proceedings
of the Prehistoric Society 57(1):17–31.
[2] O. Soffer, J. M. Adovasio, and D. C. Hyland,
The Venus figurines, in Current
Anthropology Volume 41, Number 4, August–October 2000, 2000 by The
Wenner-Gren Foundation for Anthropological Research.
[3]Turner, T . 1980. “The social skin,” in Not work alone: Across-cultural
view of activities superfluous to survival. Edited by J. Chjerfas and R. Lewin, pp. 112–40. London: Temple Smith.
venerdì 13 maggio 2016
COME UNA BAMBINA.

La mia terra è come una bambina
una bambina venduta sulla strada
sta lì seduta su una scatola di cartone,
con le gambe rannicchiate
con la testa china.
se potessero guardarla
vedrebbero occhi verdi screziati di marrone
e mille sogni che le ruggiscono dentro.
prendile in mano il viso
falla guardare in alto
falla sorridere incurante
del mercato che credono di farne.
(e.m.)
venerdì 6 maggio 2016
PICCOLA GUIDA AL CONCORSO. OSSERVAZIONI SULLE PROVE.
Come avevamo già intuito, il Miur starebbe aggiustando il tiro per quanto riguarda le prove scritte del concorso scuola 2016: anche ieri, secondo le testimonianze raccolte dai forum dei siti specializzati, le domande non presentavano la richiesta della compilazione di UdA, UD e moduli.
Una notizia importante anche perché molti candidati si stanno esercitando proprio su questa modalità, riscontrando grandi problemi nella resa sintetica di tutte le informazioni.
I commenti del 5 maggio sono più o meno gli stessi dei giorni precedenti: il tempo era decisamente poco e si è trattato di un tour de force sfiancante.
Detto ciò, vorrei provare a fare alcune osservazioni sulle tracce proposte per le classi di concorso A043/A050.
La storia della letteratura italiana non è un prospetto lineare e cronologico delle opere e degli autori che si sono susseguiti nel corso dei secoli, bensì la rappresentazione di un popolo e di una società, e ne riflette, attraverso le scelte linguistiche e le diverse visioni degli scrittori e delle scrittrici, la complessità e gli intrecci con i diversi sistemi socio-culturali ( cfr. economia, cultura materiale, costumi, arti, scienze) e geo-spaziali.
In una scuola in cui si richiede ormai un insegnamento sempre più dinamico ed attivo non è assolutamente più proponibile una tipologia di storia enciclopedica né una didattica che si svolga attraverso un meta-discorso sulla letteratura.
In primo piano, quindi, va posta l'esigenza di trasmettere agli studenti la memoria e di sollecitare nel contempo l'identificazione emotiva e la loro personale capacità di analisi e di giudizio.
Questa visione si concretizza, prima di tutto, con un modello didattico che punti al coinvolgimento diretto e attivo degli studenti nel processo di insegnamento- apprendimento.
Le stesse UDA che sono state richieste andavano svolte ragionando sempre in quest'ottica, senza prescindere dal filo rosso del "contenuto", ma cercando di comprendere come interessare e rendere partecipi ed emotivamente implicati gli studenti.
Se le nuove generazioni, o le cd. generazioni native digitali, mostrano una grande rapidità nell'utilizzo degli strumenti informatici, è anche vero che mostrano, ugualmente, delle notevoli carenze e dei vuoti nella memoria storica e scarse capacità di giudizio originale ed autonomo e, quindi, una notevole propensione ad aderire acriticamente ad eventi e personaggi che spingono verso alti livelli emozionali, senza però essere incanalati in quel processo di identificazione emotiva che permetta loro di individuare l'oggetto/soggetto in cui identificarsi o dal quale distinguersi.
E' fondamentale che la scuola non abdichi, quindi, al suo ruolo di guida e di formazione, in modo da evitare il disorientamento, la dispersione e la superficialità, oltre all'impoverimento del linguaggio in cui troppo spesso i nostri giovani incorrono.
Bisogna proporre strumenti ed oggetti culturali differenti, la rete, i libri (da leggere e non da studiare), il cinema, la musica, le arti, osservati come "insiemi" di un "insieme" che, a sua volta, produce un "sistema" nel quale ogni elemento è concatenato all'altro.
Necessaria e mai abdicabile, in quest'ottica, si rivela la lettura diretta dei testi, l'utilizzo di documenti originali ( penso alla storia), intesi non solo come documenti scritti
( grave pecca, questa, di molti docenti di storia e di geografia), ma fonti materiali per la decodificazione e l'interpretazione delle dinamiche culturali, sociali, storiche, geo-storiche e geografiche.
Penso, ad esempio, ai cd. modelli delle piramidi delle età, si comprende molto e molto meglio il concetto di speranza di vita, di natalità e di mortalità, di demografia in generale, guardando e mettendo a confronto le varie piramidi di nazioni diverse che leggendo pagine e pagine di teoria, e, insieme, ne si comprendono altri elementi, l'ISU, le condizioni sanitarie, la mortalità infantile, l'indice di povertà; si riconosce molto meglio l'orografia di un'area osservandola da una foto satellitare piuttosto che sulle obsolete, seppur bellissime, carte geografiche.
La cultura egizia si decodifica con estrema semplicità di fronte al corredo funerario di un faraone ed alla lettura di testi originali, tratti dai geroglifici, in traduzione.
Le colonie magno-greche divengono un modello leggibile se ne si analizza la piantina e i resti archeologici ancora visibili.
Le differenze di genere sono semplici da comprendere se si osservano con attenzione i corredi funerari maschili e femminili.
Stesso discorso va fatto per la letteratura italiana (e mondiale, perché non è più tempo di stare nei recinti nazionali), analizzare il lessico di un autore, il suo stile culturale ed emotivo, estrarlo direttamente dai suoi testi, per poi arrivare alla sua visione della vita e della letteratura, è operazione ardua ma assai efficace sugli studenti, i quali riescono, poco alla volta, a riconoscere modelli strutturali e, quindi, di pensiero, a porre confronti, a instaurare affinità e similitudini fra autori ed epoche diverse.
Mi è capitato, ad esempio, di condurre, con una terza di secondaria superiore, un percorso sul concetto dell'amore e sulla visione della donna, partendo dalla Beatrice e, poi, dalla Francesca del V canto di Dante, per arrivare all'Angelica dell'Ariosto.
Non è stato facile, in principio, convincere una classe di soli maschi a riflettere su un tema del genere, però, mano a mano, gli studenti sono stati capaci di connettersi agli autori, attraverso i personaggi da loro creati e raccontati ed a costruire una sorta di mappa lessicale e poetica del modello femminile tra XIII e XVI secolo, intrecciandolo anche con la storia di quel periodo.
Altro percorso è stato fatto sul concetto di "conoscenza" e di "sapere" scientifico per questo stesso periodo, ed ugualmente siamo arrivati a saper riconoscere, "solo" partendo dai testi, la collocazione filosofica, storica e culturale, nonché sociale, degli autori affrontati, utilizzando sempre ed esclusivamente gli autori, la lettura ad alta voce e partecipata dei testi.
Ne deduco, dopo anni di ricerca-azione, che orientare alla complessità, invece che semplificare i percorsi, è fondamentale per sviluppare le competenze di base nei ragazzi, ne deduco anche che il professore/docente non può esimersi dallo studio continuo di nuovi modelli e di nuove strategie, che è un suo preciso dovere analizzare i bisogni della classe con la quale si trova ad interagire, che non può chiudersi nella turris eburnea del suo "sapere", poiché esso non "serve" (nella scuola) se non è messo a disposizione degli altri, se non è condiviso e mutuato, se non trova la strada giusta per toccare la curiosità ed il cuore degli alunni.
"Non c'è dubbio che ogni nostra conoscenza incomincia con l'esperienza", lo diceva Immanuel Kant nella sua Critica della ragion pura, e lo ribadisco, nel mio piccolo, anch'io in questa sede.
L'esperienza è sempre e solo diretta, non può passare tramite la narrazione di terzi, l'esperienza è immersione in un avvenimento, è imparare ad orientarsi, anche sbagliando più volte, l'esperienza personale è sempre il primo passo verso la consapevolezza del sé e dell'altro da sé.
A presto.
domenica 1 maggio 2016
PICCOLA GUIDA AL CONCORSO.PROSSIMAMENTE
In settimana, impegni di lavoro permettendo, commenterò le altre prove scritte del concorso.
Nel frattempo, vi invito a non sottovalutare l'impostazione che il MIUR richiede nello svolgimento dei quesiti, e vi rimando ai miei post precedenti.
In bocca al lupo!
BEATI QUELLI
Beati quelli che non conoscono l’angoscia. Beati quelli che
non sentono la paura quando arriva all’improvviso. Beati tutti quelli che non
vedono. Beati i poveri di spirito perché di costoro è questo mondo. Beati i
contadini che la fatica non li fa pensare. Beati quelli che prendono un aereo e
se ne vanno via. Beati quelli che sanno dire basta. Beati quelli che l’aria è
solo per respirare. Beato il cuore di coloro che non sanno piangere. Beata la
vita dei guidatori di SUV, beato il cervello dei mangiatori di carne. Io vi
invidio, maledetti, invidio i vostri sorrisi, invidio la calma con cui sapete
stare in piedi, invidio l’assenza di tremori. La vita tranquilla vi invidio, il
sangue gelido che vi scorre dentro, perché non smetterò mai di fremere in
questo modo doloroso. Mi sentirò sempre in bilico. Tutti avranno potere su di
me, un cane morto, il vento freddo, l’abisso, l’avarizia. Io non so vivere
senza espormi. Non ci so stare qui volendo stare altrove, non mi limito, non mi
accontento, non mi risparmio per tempi peggiori, non controllo la mia ansia di
vita, i miei sogni. Non so dosare, non regolo il QB, la giusta quantità. Non la
conosco, non la voglio usare. Un giorno finirò, e sarà un giorno qualunque,
forse sarà domani, forse oggi stesso. E avrò vissuto conoscendo la mia
limitatezza, le mie povere ossa. Avrò vissuto la vita che tutti dobbiamo vivere
credendo nel bene da poter dare, confidando nella generosità. Beati voi, umani
disperatamente lontani. E mi lamento, imploro, piango e maledico i vostri
programmi, le vostre pacatezze. Voi le rimpiangerete un giorno. Vi dispererete
per i vostri telefoni spenti, per le porte chiuse, per lo sguardo disattento
che avete portato in giro. Avrete nostalgia delle scelte non operate, dei
rammendi continui. Io vi rimprovero tutto questo e molto altro ancora. Non è
così che dobbiamo stare al mondo, non per questo abbiamo parole e cuori e
polmoni. Il fiato corto è solo un impedimento che ci imponiamo. L’ictus è
l’arresto di ciò che non serve a nessuno. Sono vana e inutile e non esisto per
chi non mi vede. Io sono foglia e sono terra e sono mosca e formica e grano.
Quando sarà il momento non voglio sapervi al mio capezzale. Giratevi dall’altra
parte, non voglio i vostri occhi su di me. Non so che farmene delle promesse,
dei giuramenti disattesi. Non voglio i vostri entusiasmi di un momento, le
vostre progressioni e le ritirate repentine. Voi siete umani, troppo umani. Io
non vi ri-conosco. In questa vita io non ci so stare. Non sento il calore del
vostro fiato. Il freddo non mi piace. Ma sto con voi, umani malnati, uomini
senza coraggio, donne senza orgoglio. Sto con le vostre inconsistenze, con i
vostri “io,io,io”. Voi non mi avete, non ve la do la chiave. I vermi che
smuovono la terra sanno bene il loro lavoro, lo sanno fare. Ci vedono meglio i
cuccioli ciechi di topo che i vostri grigi acquosi occhi. Vivere, per voi, è
solo un verbo da coniugare al singolare. Non sapete accarezzare, non sapete
annullarvi, non sapete ascoltare. La mia voce non serve a nessuno di voi, né
serve il mio pianto. Io piango per me che non vi appartengo. Non voglio scrivervi
mai più, non so usare il vostro idioma. Le mie parole non vi toccano, armature
potenti avete, io sono nuda. Io sono nuda e ho freddo. Le mie braccia dovranno
allungarsi e solo così qualcuno mi potrà abbracciare. Sarò io stessa, io sarò a
dirmi parole disumane e piene. Sarò io ad ascoltarmi. Io sola.
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